Cinque motivi per non tenere i soldi sul conto corrente: il terzo è incredibile…

Sei tra i 40 milioni di risparmiatori italiani che è convinto di fare la scelta migliore lasciando i soldi sul conto corrente, soprattutto nei momenti di crisi? Non fartene una colpa, semplicemente non hai trovato ancora le informazioni giuste che ti aiuteranno a fare la scelta migliore per il tuo stile di vita. Questo articolo fa proprio al caso tuo perché ti spiegheremo quanto stai perdendo e come fare per investire al meglio i tuoi risparmi, senza rischiare di finire in bancarotta.

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Ma procediamo con ordine e vediamo insieme quali sono i cinque motivi per i quali rischi a lasciare troppi soldi sul conto corrente.

Fallimento della banca

Un tempo, quando una banca entrava in crisi, lo Stato interveniva per tutelare i correntisti tramite un fondo pubblico costituito con i soldi dei contribuenti.

Oggi questa garanzia non esiste più: è l’istituto di credito a dover ripianare i debiti attingendo dalle proprie risorse. A farne le spese sono innanzitutto gli azionisti, gli investitori, gli obbligazionisti e, solo in ultimo, i risparmiatori.

Il consiglio è quello di tenere il conto corrente al di sotto di 100 mila euro, in modo da non rischiare neanche un euro in caso di fallimento della banca.

L’inflazione

Gli italiani hanno 1.329 miliardi di euro sotto forma di liquidità, per lo più in conti correnti, che rendono mediamente lo 0,4 per cento, secondo gli ultimi dati di Bankitalia. Da qualche tempo, alcune banche hanno iniziato ad applicare tassi negativi sui conti correnti, cioè chiedono ai propri clienti di pagare la giacenza della liquidità. Hai capito bene: devi pagare la banca per tenere i soldi sul conto.

Considerando che l’inflazione è cresciuta nel 2017 dell’1,2 per cento, la perdita di valore del patrimonio degli italiani è stata dello 0,8 per cento, ossia 10,6 miliardi di euro.

Con un’inflazione dell’1,5% all’anno (ipotesi abbastanza conservativa), in soli 15 anni il valore dei tuoi risparmi sul conto corrente si riduce del 22%.

Pignoramento del Fisco

Con l’arrivo di Agenzia delle Entrate Riscossione, si è parlato molto del potere che ha l’esattore di pignorare il conto corrente del contribuente senza alcun ordine del tribunale.

La procedura, che può essere avviata non prima di 60 giorni dalla notifica della cartella, prevede l’invio di una lettera alla banca e al debitore (quest’ultimo la riceve quasi sempre in un momento successivo); in essa è contenuto l’avviso che, in difetto di pagamento entro i successivi 60 giorni, le somme presenti sul conto dovranno essere accreditate direttamente all’agente della riscossione, e così anche i successivi accrediti fino ad estinzione totale del debito.

In una situazione del genere il conto corrente diventa inutilizzabile. L’unica soluzione è chiedere una rateazione oppure aprire un differente rapporto con un’altra banca, ma ciò non garantisce l’estensione del pignoramento anche a quest’ultimo.

La tassa patrimoniale

Nel luglio del 1992 il governo Amato impose, in una notte, un prelievo straordinario dai conti correnti degli italiani pari al 6 per mille (la cosiddetta «tassa patrimoniale»).

In quella occasione tutti urlarono al furto di Stato. Lo spettro dell’imposizione fiscale, attuata con decretazione di urgenza, intimorisce tutt’oggi il popolo.

Le imposte fiscali

Attualmente il conto corrente con una giacenza media annua inferiore a 5mila euro gode di un più favorevole trattamento fiscale: per essi infatti non si deve pagare l’imposta di bollo.

Invece su un conto con giacenza di 5mila euro in media si paga circa 34,2 euro, circa il 7 per mille. Più conveniente è impiegare i soldi in strumenti finanziari per i quali l’imposta di bollo è del 0,2%.

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