Scattiamo 93 milioni di selfie al giorno. Nascondono un disturbo?

Secondo le stime, si scattano circa 93 milioni di Selfie al giorno nel mondo. Una cifra enorme, sono circa 1000 al secondo. Certo, la proporzione è globale, ma la sensazione è che la mania di scattarsi foto cercando la miglior espressione possibile possa essere legata ad alcuni disturbi. Lo pensa Giovanni Stanghellini, studioso del Dipartimento di Scienze Psicologiche, della Salute e del Territorio dell’Università di Chieti. In un’intervista rilasciata all’ANSA, Stanghellini spiega che nella dinamica del selfie, si esiste solo quando si viene osservati da qualcuno. Il sé, in pratica, prende corpo solo grazie allo sguardo dell’altro.

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E che tipo di personalità è quella che si riferisce allo sguardo altrui per la propria identità? In questa mancanza di esperienza diretta del proprio corpo, la “dipendenza da selfie” può essere accostata alla bulimia e all’anoressia. Ancora più complesso diventa il discorso se associamo allo sguardo le dinamiche social. Il like, i “cuori” di Instagram diventano un parametro di definizione della propria possibilità di piacere agli altri. Stanghellini però non si limita solo all’analisi del selfie, ma anche a quella del rapporto tra le persone e gli smartphone.

Queste le sue parole. “Lo smartphone, che consente un numero illimitato di selfie in ogni istante della vita, non è un semplice dispositivo tecnologico estrinseco rispetto al corpo di una persona, come poteva essere una macchina fotografica. È una vera e propria protesi integrata nei nostri corpi, ormai così indispensabile che per molti di noi è difficile immaginare la propria esistenza in assenza di essa”.

Una considerazione che di certo viene ritenuta veritiera da tantissime persone: quanti di noi sarebbero disposti a tornare indietro ai tempi in cui gli smartphone, semplicemente, non esistevano? Chi di noi potrebbe immaginare una vita senza questo dispositivo? Resta però la considerazione sulla capacità dei singoli di “tenere le distanze” e continuare a sentire questi oggetti come tali, esterni dalla nostra identità. In un mondo in cui la pubblicità spinge proprio nella direzione opposta.

 

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